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10 Febbraio 2013, 10.00

L'angolo del filosofo

Comprendere le categorie della democrazia

di Alberto Cartella
Alla base del ragionamento del giovane filosofo saretino la comprensione di una politica come che si manifesta in ogni gesto dell'uomo, nella sua capacit di fare comunit. E la confusione che troppo spesso si crea tra democrazia e rappresentanza
 
Davvero la condizione della democrazia è costituita da dei criteri normativi, da regole imprescindibili senza le quali non ci può essere un vivere democratico? Il vivere comune, come le scienze, ha come base delle regole imprescindibili?
 
Non si tratta di andare semplicemente in contrapposizione a questo, non si tratta di proporre situazioni anarchiche o al di là delle regole, ma accettare consapevolmente dove il compito del sapere agisce in modo diverso, non agisce in forma normalizzante, come appropriazione di un potere.
 
Questo aspetto normativo delle regole deve essere intessuto con un’ontologia del contingente. Ci sono situazioni in effetti che sono anomiche, ci sono spazi che non possono essere normati dove le regole, gli uffici, i ruoli, non coprono questa situazione di anomia.
 
La spazialità in questo percorso non ha più le categorie della prospettiva, non ha più le categorie del poter guardare, ma bisogna essere presi dai luoghi, è qualcosa che deve essere attraversato, ci attende.
 
Non si tratta della dicotomia tra vita interiore e vita condivisa, ma del suo punto di crisi. Ciò ha dei risvolti politici non indifferenti, perché vuol dire considerare la politica non come costruzione di ideali sotto i quali riconoscersi, ma come stare insieme, come comunità.
 
Si tratta appunto della constatazione di ciò che è comune, il quale non è stabilito prima e non è qualcosa da realizzare. L’aspetto comune è legato allo sguardo e al rispecchiamento e non al riconoscimento (anche gli eserciti si riconoscevano e si riconoscono fra di loro).
 
La politica vissuta in comune è la politica della località, non quella legata alla trascendenza di un ideale, che in quanto tale è astratta. Questo non vuol dire che anche la politica della località non corra il rischio di diventare qualcosa di trascendente e astratto; si tratta di una deriva che è importante tener presente.
 
Un esempio di ideale, il quale è una costruzione da parte di qualcuno per un proprio interesse di potere, può essere il bene superiore, quello sotto il quale tutti dovremmo riconoscerci. Il bene superiore è il bene dell’ordine costituito. In questo orizzonte si entra in una dinamica dualistica in cui ordine e rivoluzione prendono il sopravvento.
 
La rivoluzione è una minaccia che sconvolge, minaccia necessaria per poter stabilire l’ordine. Coloro che portano avanti il principio dell’ordine costituito conoscono l’istanza anarchica. L’ordine costituito si alimenta dell’anarchia (termine con un’accezione differente di quella di un mio precedente articolo).
 
L’ordine e la rivoluzione sono due facce della stessa medaglia: l’ordine è il presupposto di ogni rivoluzione e la rivoluzione è il presupposto dell’ordine. In questa dinamica si tratta di trovare i colpevoli dei disordini da parte dell’ordine costituito e trovare i colpevoli della situazione da cambiare da parte di coloro che portano avanti i principi rivoluzionari.
 
Il problema è quando non si è capaci di innocenza e si deve a tutti costi colpevolizzare qualcuno della costruzione che ci siamo fatti e che non ha funzionato. La costruzione a cui si fa riferimento è quella riguardante la realizzazione di sé, magari con il proprio lavoro. Realizzare la vita con il lavoro in un movimento finalistico. Si cerca un fine, una realizzazione nel lavoro, nelle opere. Tutto è orientato a un telos, a un fine. Devo realizzarmi.
 
Non siamo quello che vorremmo essere. Il volere non è il potere. C’è qualcosa che si sottrae alla volontà e che è importante lasciar lavorare. La vita non sta all’interno delle forme prescrittive.
 
Spesso si confonde la democrazia con la rappresentanza e con ciò che viene chiamato strategia politica. La democrazia non è il governo della maggioranza, ma la considerazione delle istanze delle minoranze.
 
Quando si fa riferimento alle minoranze non si sta facendo riferimento alla rappresentanza e ai suoi organi. La democrazia è complicata, la dittatura è semplice. Il sovrano è colui che decide nello stato di eccezione. L’eccezione rende legittime le norme, le forme prescrittive. La vita non sta all’interno di quelle forme prescrittive (ripetizione).
 
Chi stabilisce qual è il buon senso? Cos’è il buon senso? Allora c’è anche un cattivo senso? Credo sia importante interrogarsi anche su ciò che è al di là del buono e del cattivo senso.
 
Si tratta dell’andar dentro l’inquietudine e non di farsene un’idea. Il riferimento è allo stare insieme a prescindere dei diritti, in cui emerge qualcosa di fattivo. Si tratta di far vedere ma lasciando anche emergere una sottrazione del visivo, c’è qualcosa che nel visivo viene sottratto. Far vedere anche ciò che non si può semplicemente mostrare.
 
La democrazia è il punto di cedimento delle basi su cui si vorrebbe fondare la democrazia.
 
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