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23 Gennaio 2012, 07.00

I racconti del luned

Dieci euro

di Ezio Gamberini
Di qui e di l, sopra e sotto, da una parte e poi dall'altra. Fra bianco e nero, vuoi vedere che un sogno truce coinvolge e sconvolge meno che la realt solidale?

Ho già raccontato (cfr “Un euro” pubblicato il 12 settembre 2011) che per tornare dal lavoro è necessario imboccare le gallerie che dal lago conducono in Valle Sabbia, e qualche tempo fa, nel rincasare, di sera, notai una macchina ferma in una sosta d’emergenza; era un’autovettura piuttosto vecchiotta e malandata e, poco più avanti, radente il muro sull’angusto marciapiede che costeggia la galleria, un ometto dall’andatura ciondolante, l’espressione sconsolata ed una piccola tanica di plastica in mano.
“E’ restato a piedi”, pensai tra me. Terminata la galleria decisi di aspettarlo.
 “Grazie amico!”, mi disse salendo in macchina.
Era un nano deforme, basso, mamma mia quant’era basso! D’indefinibile colore, la pelle deturpata, strabico e senza denti; insomma, un obbrobrio.
Fermai la macchina, prima di uscire dalla tangenziale.
 
Con mossa fulminea presi il coltello dal vano porta oggetti e lo obbligai ad estrarre il portafoglio che aveva in tasca, mentre tremava come una foglia.
C’era soltanto una banconota da dieci euro.
“Tienili, ma non farmi del male!”, balbettò il piccoletto, consapevole di trovarsi in una zona dove gli stinchi di santo non scarseggiano di certo. Glieli sfilai, e prima di farlo scendere gli sputai in faccia, dopo avergli rubato anche la tanica di plastica.
 
“Perché hai fatto questo?”, mi chiese piagnucolando il nanerottolo bitorzoluto, pallido come un cencio.
“Perché qui si fa così, e basta!” gli risposi sprezzante.
E sgommando più veloce di una saetta cominciai a ridere, ma a ridere, non smettevo più!
“Oh, che hai da sghignazzare?”, sbotta Grazia nel cuore della notte svegliandosi di soprassalto.
 
Accidenti, che sogno strampalato ho fatto.
Glielo riferisco per filo e per segno. Poi le confido che sarebbe davvero fantastico possedere il dominio assoluto del proprio subconscio.
“Ah, se potessi sognare ciò che desidero andrei a letto ogni sera alle otto e mi alzerei la mattina, distrutto e spompato…”.
Mi osserva minacciosa e con lo sguardo truce; se le occhiate potessero fulminare, sul cuscino non resterebbe che un mucchietto di cenere.
 
“Ma che cos’hai capito? – le rispondo quasi offeso -  Vincerei ogni notte la Maratona di New York! La prima notte per distacco, quella dopo allo sprint, la successiva in rimonta, e così via. Poi dovrei occuparmi delle cerimonie di premiazione, le interviste, gli inviti…”.
Ma ora sono tormentato dal dubbio: lo racconto o no ciò che ho sognato, chi mi crederà?
“No dai, – mi consiglia Grazia – chissà che commenti riceveresti per una faccenda così orribile”.
“Tranquilla, ti assicuro, meno dell’altra volta!”.
E mi rimetto a dormire, sereno e rilassato come un “butirì”.


 
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