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22 Giugno 2015, 06.23

Racconti del lunedì

Ortensie blu

di Ezio Gamberini
Pensavo fosse una battuta, invece Grazia riesce sempre a stupirmi. In giardino abbiamo una pianta di ortensie, il cui colore oscilla tra il bianco e il rosa...

“Voglio farle diventare blu – mi annuncia baldanzosa una mattina – è sufficiente infilare un chiodo nella terra!”.
La curiosità mi spinge a navigare alla ricerca di conferme e in un baleno apprendo che: “Le ortensie del vostro giardino possono cambiare colore e tramutare il loro rosa in una bella tonalità di azzurro. Basta un chiodo per dare un nuovo colore ai loro petali…”. Caspita, allora è vero!

Le sinapsi del mio cervello sono piuttosto contorte e bizzarre, ne sono perfettamente a conoscenza, ma comincio a rimuginare, e dopo un po’ traggo le mie conclusioni. Cerco di portarmi a distanza di sicurezza, per evitare qualsiasi pericolo, e poi le confido: “Vuol dire che se infilo sotto il materasso, dalla tua parte, qualche bastoncino di liquirizia, c’è la probabilità che tu possa diventare ‘scuretta’?”.

E se invece l’effetto si propagasse in tutto il materasso e poi diventassi “scuretto” anch’io?

In questo preciso momento, in cui voi cari amici lettori state leggendo queste righe, Grazia ed io ci troviamo in una località marina per degustare la nostra settimana di ferie.

Penso che se fossimo “scuretti” entrambi, magari in questo preciso momento, anziché goderci il bel sole sotto l’ombrellone, potremmo trovarci su altri mari, stipati insieme con altre centinaia di disperati su barconi fatiscenti, in fuga da guerre, miserie, violenze e sopraffazioni di ogni genere, nell’angoscioso desiderio di allontanarsi da tutto ciò, ad ogni costo.

Non abbiamo alcun merito nell’esser venuti alla luce qui, così come non ha alcuna colpa chi è nato, ad esempio, in Somalia, Eritrea, Siria o Gambia…

C’è una gustosa scena in un film di Mel Brooks, in cui Robin Hood ruba a un ricco tutto ciò che possiede per donarlo a un povero; ora le parti s’invertono, perché al ricco non è restato più nulla e il povero si ritrova all’improvviso proprietario di un tesoro.
Allora Robin Hood a questo punto ripete l’operazione, e tutto torna come prima…

So che non è possibile accogliere milioni di migranti nel nostro paese, ma assistere alla chiusura delle frontiere, fisiche o virtuali, di chi crede così di mettersi al riparo, o peggio ancora all’innalzamento di nuovi muri, che sembravano ormai dimenticati, mi fa pensare a un condominio di quattro piani, in cui un bel giorno si squarcia il tetto per un fortunale, con gli abitanti del primo, secondo e terzo piano che rispondono a quelli del quarto, che chiedono aiuto: “Arrangiatevi a riparare il tetto. Piove in casa vostra, non è un nostro problema”. 

Alla fine, l’acqua invaderà e farà marcire anche gli altri tre piani, uno dopo l’altro, inesorabilmente.

Forse, se tutti vestissimo i panni di quei disgraziati, e anche solo per qualche minuto pensassimo che quelli potrebbero essere i nostri figli, probabilmente allora, e solo allora, si aguzzerebbe l’ingegno per aiutarli davvero a casa loro, con sforzi e soluzioni adeguate, riponendo per una volta vessilli e bandiere, ma con la volontà di risolvere il problema.
Perché a nessuno piace lasciare la propria terra, i luoghi in cui si è nati e in cui si spera di poter vivere, in pace e per sempre.


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