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27 Marzo 2012, 11.00

I racconti del luned

Tapascio Bombatus - Sedicesima puntata

di Ezio Gamberini
Sono le nove di un marted mattina luminoso ed assolato. Una signora telefona al marito. Risponde la segreteria telefonica e Mary tra i singhiozzi lascia un messaggio...
 
...“Sappi che ti amo e ti amerò sempre…….”.  E’ l’ultima telefonata della sua vita.
Dopo pochi minuti un milione e mezzo di metri cubi di acciaio, vetro, cemento, carne ed ossa, disposti su quattrocento metri di altezza, si sbriciolano in pochi secondi. Poco appresso anche alla seconda torre tocca la stessa sorte.
Migliaia di morti……rabbia e disperazione, confusione ed incredulità.
 
Ricordo di aver fatto un sogno, qualche tempo fa.
Dalla finestra di casa vedevo un’enorme onda d’acqua che avanzava minacciosa, con un rumore tremendo. Il livello si alzava sempre più e quando la massa spumeggiante cominciò a lambire l’edificio non mi agitai, ma dissi semplicemente a Grazia ed ai ragazzi: “Prendiamoci per mano”, e così facemmo, stringendoci in cerchio.
Poi mi sono svegliato e la sensazione di pace che ho provato non la scorderò più.
In queste ore di terrore, in cui la testa scoppia e non sai cosa fare, provo lo stesso desiderio: stringersi e tenersi per mano.

Nulla sarà più come prima.

Solo negli ultimi minuti, poco prima della partenza, decido di prendere il via alla mia terza maratonina lacustre e indosso la maglietta.
Avrei voluto lasciarla nel cassetto. I momenti che stiamo vivendo indurrebbero ad altre considerazioni e gesti diversi. Ma poi penso a Primo Levi che nel lager ogni mattina si prendeva cura del proprio corpo, meticolosamente, pur non conoscendo la sorte che gli sarebbe toccata il giorno successivo, e si arrabbiava con quelli che si lasciavano andare: “Bisogna vivere!”.
 
Non dimenticherò mai cosa ha provato due anni fa sulla cima di una delle Twin Towers. Mi sentivo padrone del mondo, invincibile….. In due ore son crollate, spezzando l’illusione che all’uomo non potessero più essere riservate simili pazzie.
Ci sarò a Gargnano, perché scelgo la vita. E il mio correre, mio e di altri mille, non sarà che un esclusivo e straordinario messaggio sbattuto in faccia a chi vorrebbe annichilirci.
Piove in modo sfacciato, sottile ed intenso.
Prima di uscire avevo cercato un ombrellino, ma nel portaombrelli, sulla scala comune del condominio, non l’ho trovato, è sparito. Qualcuno in famiglia attribuisce la colpa agli extracomunitari, che a decine percorrono le scale per vendere mercanzia o imbucare pubblicità, ma io  sostengo invece che non si debba parlare di extracomunitari, bensì di “intracondominiari”.
Incontro Mike, squisito, del Missouri o “Misuri”, come dice lui, con la ‘esse’ sporca. Gareggerà a breve con il mio amico, fratello in assunzione di lipidi, Ettore Comparelli. Gli dico di salutarmelo.
 
Al via non c’è Patrizia Tisi, giunta terza l’anno scorso in un’ora e quattordici minuti, che incontro spesso in allenamento, perché sta preparandosi ai mondiali di categoria che si svolgeranno a Bristol il sette ottobre. Cinque minuti prima del via arrivano i tre targati “Fila”, che poi in effetti vinceranno: due maschi ed una femmina.
In tre praticamente pesano come il povero Tapascio Bombatus.
Tra quindici giorni correrò la maratona d’Italia, a Carpi, quindi ho la scusa buona per fare lo sfaticato e godermi questa magnifica gara senza troppi affanni. Anche se volessi, però, son certo che non riuscirei a migliorare l’ora e quarantatre dell’edizione passata; sento la mancanza di lunghissimi.
 
Parto comunque ai cinque e sto in perfetta media.
Al quinto chilometro, sulla destra, appare un cartello bianco coi bordi rossi al cui centro sta scritto ‘trenta’, in nero. Allargo le braccia e freno quelli che mi seguono: “Rallentare, ragazzi, non si possono superare i trenta all’ora!”. Proseguo come un orologio, al dodicesimo – tredicesimo chilometro addirittura cerco di allungare, ma dal sedicesimo riduco notevolmente l’andatura. Tiro i remi in barca, insomma, e termino in calando. Chiudo in un’ora e quarantotto minuti, con l’amico Renato che mi supera all’ultimo chilometro, nella sua prima maratonina. Pensavo di andar peggio. Gli amatori che sono giunti in un’ora e venticinque – trenta minuti hanno trovato la sgradita sorpresa di dover sostare a lungo, prima di poter tagliare il traguardo. Chissà che rabbia! Saranno riusciti gli ottimi gnocchi al pomodoro, la squisita tagliata e gli eccellenti  vinelli rossi e rosati a lenire la collera dei gabbati?
 
Il solerte organizzatore ha fatto anche quest’anno la sua parte, e tralasciando l’infortunio dei giudici, continuo a reputare la maratonina di Gargnano tra le più belle in assoluto. In questa edizione ha pure risparmiato i dieci milioni riservati a chi batte il record, cosa che succedeva da due anni a fila. Ha vinto il keniano Usisivu, in un’ora e due minuti.
Tra due settimane se vincerò sarò campione d’Italia, poiché la maratona d’Italia è valevole per il titolo assoluto. Se non proprio assoluto, sarò almeno campione della Via Roma del mio paese .
Chi si contenta, gode.

Ero secco come un acciuga e nell’ultima settimana ho dovuto ingrassare quattro o cinque chili! Che figura avrei fatto a Maranello con gli amici? Sono il Tapascio “Bombatus”, mica “Rinsecchitus”.
Ho assunto carboidrati, proteine, vitamine, grassi saturi ed insaturi, sali, fosfati e saccaridi in versione sia poli che mono, e venerdì sera sette o otto etti di polenta taragna (ho chiesto agli esperti se poteva andare bene in previsione della maratona di domenica; hanno sentenziato: “Carboidrati? Nessuna controindicazione!”).
 
La sveglia questa volta è alle quattro, ho paura della nebbia che in effetti troverò a Mantova, per pochi chilometri, ma fittissima. Poco prima delle sei sono in piazza Martiri, a Carpi, invasa da una decina di mezzi della RAI. 
Saliamo sulla navetta e per primi arriviamo a Maranello mentre l’alba si matura in giorno ormai fatto preannunciando un clima incantevole. Al bar, mentre mangio due cornetti alla marmellata, scopro cosa farò in futuro: appiccicato al bancone, su un manifesto, c’è scritto che la “….film” sta cercando sette - ottocento comparse per realizzare un film su Enzo Ferrari; ho deciso, sarò Jean Todt!
Nell’ora e mezzo che segue me ne starò seduto in completo relax nell’enorme spogliatoio approntato all’interno del bocciodromo, vicino alla galleria Ferrari.
Vuoto al mio arrivo, lo vedrò riempirsi di centinaia di persone: valchirie e cavallone giunoniche, scorfani e tombolotti arrotolati  (una, maledetta, con un sedere largo così, mi batterà pure…. la ucciderei!), fusti impettiti e bronzi di Riace, tapasci più bombati di me e affari di trenta chili.
Ognuno coi suoi problemi e i suoi perché, ma alla fine tutti uguali. In fila per accedere al bagno, uno davanti a me dice: “ E fatta questa, siamo a metà dell’opera…”.
Quando esco io, dopo aver fatto la mia parte, dico ieratico a quelli che sono in attesa del loro turno: “Tutto è compiuto”.
 
Manca ormai mezz’ora, mi aggiro attorno allo striscione della partenza riscaldacchiandomi in assoluta tranquillità. Incontro Fabio Marri e signora, tra decine di stupende Ferrari che in corteo precederanno i maratoneti, vedo i “classici” stakanovisti della maratona e tanti altri amici incontrati in precedenti gare.
Incrocio anche il conterraneo Osvaldo Faustini (abitiamo a pochi chilometri di distanza), grande campione degli anni ottanta, che personalmente conosco soltanto da un paio d’anni.
Prima della partenza faccio un semplice ragionamento: siamo in tremila circa, se un duemila e novecento, duemila e novecentonovanta, diciamo, schiattano, sono nei primi dieci; a questo punto è sufficiente che capiti qualche infortunio a cinque o sei atleti e sono in zona podio….. quasi campione italiano!
 
L’avvio è dato con qualche minuto d’anticipo.
Sono in fondo al gruppo, transito al primo chilometro dopo sei minuti e trenta, al quinto in ventisette e trenta ed al decimo in cinquantatre e cinquanta.
Alla mezza, con il tempo di un’ora e cinquantasei, abbandono la speranza di chiudere sotto le quattro ore e comincio a divertirmi sul serio. Sole e temperatura meravigliosi, ristori fornitissimi, nessuna salita, gente simpatica (siamo in Emilia!), insomma, organizzazione perfetta.
L’unico inconveniente capita quando un automobilista, sbucato chissà da dove, passa a due dita da un gruppetto di podisti. In condizioni normali basterebbe dirgli: “Gentile automobilista, non puoi transitare su queste strade, ci sono i maratoneti, potresti investirne qualcuno…..”, ma escono espressione più colorite. La cosa potrebbe finire lì, ma il bel tomo comincia a ondeggiare la mano, come a dire: “Che volete?”. Vogliamo giudicare molto severamente il mestiere praticato dai tuoi parenti più stretti, genio dello sbroffino, e chiederti com’è possibile che tu riesca ad entrare in quella macchina, che non è decappottabile,  e stare seduto comodamente a guidare, con le protuberanze che ti ritrovi sulla fronte!
 
Al trentesimo chilometro il cronometro segna due ore e cinquantaquattro minuti. Temo di ripetere Milano dell’anno scorso, e così sarà, perché chiudo in quattro ore e venticinque minuti, con l’ultimo crampo che mi costringe al passo per cento metri proprio al quarantunesimo chilometro. Gli ultimi dodici chilometri in un’ora e mezza… proprio un bel record!
La cosa positiva è che non sento alcun dolore, sto benissimo e facendo il rapporto con la prima maratona corsa neppure due anni fa, quando i muscoli rimasero indolenziti per giorni e mi ci vollero settimane per riprendermi, sento di essere cresciuto enormemente, se non come tempi almeno come adattabilità del fisico allo sforzo prolungato di una maratona.
 
Comunque, sono campione nazionale della Via Roma del mio paese.
Saluto gli amici, volo, alle quattro sono a casa dai miei e vado a pavoneggiarmi in paese, come al solito.
La prima domenica di dicembre avrei voluto gareggiare per la seconda volta a Milano, maratona piatta piatta, come piace a me, ma proprio in quel giorno insieme ai cinquanta soliti amici correremo la maratona di Lisbona, su è giù, mi han detto.
E sarà la mia settima perla, se Abebe mi assisterà.

Tratto dal volume: “Tapascio Bombatus e altre storie” – Ed. Liberedizioni
 
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