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20 Agosto 2014, 15.00

Il contributo dei lettori

Inglesismi, ma sono così necessari?

di Dolcestilnovo
Alcune riflessioni nate sotto l’ombrellone, anzi sotto l’ombrello, vista l’estate che non c’è, sulla nostra bella lingua sempre più violentata dall’uso di inglesismi propri

Intendiamoci: mi piace l’inglese. Ne ammiro la grande duttilità, la sintesi talvolta telegrafica, la grammatica scarna ed essenziale.
L’inglese è poi il piedistallo delle più belle musiche scritte negli ultimi cinquant’anni, per al sua impareggiabilità a conformarsi ai ritmi del rock, che è stato il più grande fattore di unificazione tra i popoli di sempre.
Per questi suoi meriti, oltre al fatto di essere la lingua parlata negli USA, è diventata di diritto la lingua del mondo.

Detto questo, rimango un sostenitore convinto che all’italiano non manca proprio nulla, ma è anzi autentica lingua campione del mondo per raffinatezza e proprietà descrittiva. 
Mi risulta che sia una delle lingue più facili del mondo da imparare per capire ed essere capiti, ma forse la più difficile da parlare e scrivere correttamente, a causa della sua grammatica sontuosa.

E se l’inglese è meravigliosamente sintetico, l’italiano  non è da meno.

Si pensi per esempio al proverbio “campa cavallo”: con due parole esprimiamo un concetto, che avrebbe altrimenti bisogno di non meno di trenta parole in successione logica e corretta.

Nello stesso tempo il nostro idioma è impareggiabile nei suoi  incredibili affreschi e sfumature verbali, nell’uso di figure retoriche, nella concatenazione di proposizioni principali e subordinate, nel fatto di disporre del congiuntivo, autentico rebus per gli stranieri e in verità anche per molti compatrioti.
Se non fosse una lingua superdotata, come diavolo potremmo disporre di tutto quel corpus letterario che i nostri poeti, storiografi, narratori, filosofi, agiografi, saggisti, commediografi hanno sfornato negli ultimi duemila anni? Una quantità di opere che per varietà e qualità ha la potenza di fuoco del bazooka contro il fucile a tappi dei rivali.

Cominciamo dai tedeschi.

Thomas Mann, Goethe, Lessing e poco altro. D’altronde la creatività non è mai stata troppo di casa lassù.
Di converso gli amici teutonici sono maestri insuperabili quando si tratta di industrializzare in modo straordinario l’inventiva di altri.
Gutenberg è stato il primo ed ha avuto molti epigoni, tra cui i produttori di birra, mai abbastanza lodati.

I francesi, non a caso neolatini,
sono decisamente meglio: il mio adorato Victor Hugo, Proust, Honoré de Balzac, i Dumas, Stendhal, Flaubert,  Sartre, Camus, Corneille, Racine, Molière e soprattutto i poeti maledetti Baudelaire, Apollinaire, Prévert, Verlaine.

I russi? I monumentali Tolstoj e Dostoevskij, titani anche in prolissità (alzi la mano chi è riuscito a leggere Guerra e Pace nell’edizione integrale), più i pesi leggeri Gogol, Puskin e Pasternak.

Gli Inglesi hanno la punta di diamante in Shakespeare, poi un gradino sotto Dickens e Marlowe, ma tutti i vari Chaucer, Tennyson, Milton, lo stesso Byron, Thackeray, Orwell eccetera, dài ammettiamolo, non sono che onesti portatori d’acqua: un’opera, massimo due, di successo e tutti a casa.

I Greci hanno fatto dono al mondo occidentale del suo essere più profondo e non a caso hanno infiniti carichi da undici: gli immortali Omero, Esiodo, gli storici Erodoto, Senofonte e Tucidide, i tragici Eschilo, Euripide e Sofocle, Saffo, Pindaro e gli altri poeti lirici, il commediografo Aristofane, gli oratori Lisia e Demostene, eserciti di epigrammisti, torme di filologi, e sopra tutto e tutti l’immenso genio di Platone.
Siamo così perché ci sono stati gli Antichi Greci, ma, dopo il periodo  aureo, filosofia, poesia e letteratura hanno lasciato il posto a yogurt,  ouzo, olive kelemata e qualche debituccio con il FMI.

Gli Americani, giganti in tutto, sono nani letterari: Walt Whitman, la Dickinson, Melville, Faulkner, Lee Masters e poco altro. Menzione d’onore per Zio Ernest, per quello che ha scritto e per la sua passione per l’amarone.

Anche dalla Spagna ci arriva poco, con i grandi si contano sulle dita di una mano: Cervantes, Calderon de la Barca, Lope de Vega e Jimenez.
Letteratura e poesia hanno lasciato il posto ad un impero su cui non tramontava mai il sole, l’Invincible Armada e la conquista degli oceani, anche qui grazie a un italiano, il genovese Cristoforo Colombo.

Qualche lampo qua e là è provenuto dall’America Latina con Neruda e i Cent’anni di solitudine di Garcia Marquez, ma i sudamericani sembrano più ferrati a giocare a calcio che a scrivere.

Se guardiamo in Italia, dobbiamo solo sparare nel mucchio.
Facciamo finta, per sportività verso gli avversari, che non sia esistito il periodo latino dei Plauto, Virgilio, Orazio, Catullo, Tacito, Ovidio, Lucrezio, Cicerone, Tito Livio, Sallustio, Seneca, Petronio, quando cioè i nostri fratelli d’oltralpe si illudevano con Asterix e Obelix, quelli d’oltremanica vedevano le gesta di Conan il Barbaro, quelli d’oltreoceano scorrazzavano felici e piumati nelle praterie del Far West e parlavano di Manitù  intorno ai fuochi e i lanzichenecchi, tra una calata e l’altra, si arrovellavano intorno all’invenzione dei wurstel. 

Dopo i secoli bui del Medio Evo, la nostra terra ricomincia a sfornare scrittori e poeti a ritmo di fabbro ferraio.
Se la maestria letteraria potesse tramutarsi in talento rugbistico, i 15 migliori, la crema della crema insomma, farebbero sbiancare gli All Blacks: Dante Alighieri, Boccaccio, Petrarca, Machiavelli, Guicciardini, Tasso, Foscolo, Leopardi, Manzoni, Verga, Carducci, Pascoli, Pirandello, Quasimodo, Montale.

Sono tutti pezzi da novanta,
tutti premi Nobel effettivi o in pectore. Mi perdonino le centinaia di autori minori scartati dalla selezione, ammesso che “minori” valga per Ariosto, Beccaria, Nievo, Fogazzaro, Ungaretti, Cavalcanti, Guinizzelli, Alfieri, Pavese, Campanella, Collodi,  D’Annunzio, De Amicis, Goldoni, Marco Polo, Poliziano, Lorenzo de’ Medici, Leon Battista Alberti, Metastasio, insomma un’altra nazionale campione del mondo con una panchina lunghissima.

Tutta gente che ha reso la nostra bella lingua ancora più bella e, tornando a bomba sul tema, avrebbe adesso la pelle di cappone a vedere come viene farcita di inglesismi, i quali, più che rappresentare un segno di santa integrazione, sembrano il più delle volte utili a far sentire chi li usa più  autorevole.

Sul fondo della scala dell’orrido sono le parole che hanno un perfetto e attualissimo termine corrispondente italiano.
Manager che parlano con sussiego dei loro competitors e pubblicitari che proclamano di avere pronta la draft del leaflet, quando concorrenti, bozza e opuscolo fungerebbero benissimo alla bisogna, entrano di diritto in questa Giudecca linguistica.

Irritanti i nostri politici tendono ad esserlo sempre, ma lo sono vieppiù quando si riempiono la bocca con spending review, road maps, election days vari, come se revisione di spesa, tabella di marcia e data delle elezioni fossero insulti della peggior risma.
Nel nome della carità, chiudiamo entrambi gli occhi sull’uso e abuso delle parole authority (sorveglianza), privacy (riservatezza), team (squadra), know-how (competenza), break (intervallo).

Il boia con mannaia è appostato dietro l’angolo se ci si azzarda a parlare di inadempienza anziché default, e carisma anzichè leadership; che poi le  prostitute siano diventate escort perché deputate a scortare inesperti utilizzatori finali nel mondo misterioso del sesso?
La quotazione dei titoli di Stato scende a rotta di collo se non vengono chiamati bond, e lo spread (scarto) vola.

Le parole inglesi italianizzate sono chicche imperdibili, a livello del Totò e del suo magistrale nous voulevan savoir: l’agente viaggi si lancia nel vuoto di voli schedulati, incurante dell’interlocutore che lo guarda, a ragione, in cagnesco.
Un ordine di acquisto non viene più eseguito o elaborato, bensì viene processato. Bene, a me quando si parla di certe cose, viene in mente un tizio di Arcore che deve rispondere ad una pletora di giudici delle molte nefandezze commesse.

Addirittura raccapricciante la locuzione fa senso (da make sense) al posto del mite ha senso: nel senso di sensato, appunto. 

Gli strafalcioni.
Sono meravigliosi perché, lungi dall’essere esempio della leggendaria ingegnosità italica, sono invece quadretti surreali di persone imbarazzate: da un lato il compatriota convinto di aver esibito un inglese scespiriano, dall’altro il suo interlocutore che si sta chiedendo di cosa diavolo si sta parlando.
Sono i mitici  italianismi inglesizzati, l’opposto algebrico di quanto visto sopra, la prova suprema del nostro essere succubi alla perfida Albione.

Nella galleria dei più esilaranti entrano di diritto:
Autostop, invece di hitch-hike
Golf (abbigliamento), invece di jumper
Factory (fabbrica),  invece di farm
Good sense, invece di common sense
Morbid (morboso) – invece di soft
Parent  (genitore) – invece di relative
Preservative (conservante) – invece di condom
Pretend (fare finta) – anziché insist
Pullover (tirarsi in parte) - anzichè sweater
Scotch (scozzese) – anziché sticky tape
Spider (ragno), anziché convertible car.

Infine, mito dei miti, “Arbiter, the rigor!”: il poverino giocava a calcio e reclamava con il referee un fallo da rigore (penalty, of course).

E’ormai il week-end ed è meglio deporre il mouse e spegnere il pc, pronunciato picì, senza paura di essere tacciati di comunismo: infatti dicendo pisì, almeno qui a Brescia, verremmo invitati a recarci alla toilet, pardon al bagno.

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