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24 Ottobre 2012, 09.00

Punti di Vista

Una comunità a chilometri zero

di Aldo Vaglia
Negli anni 70 il fattore"K" impediva ai comunisti l'accesso al governo nazionale, veniva così concessa da parte dei democristiani, che continuavano ad intrallazzare indiisturbati a Roma...

...una certa forma di autonomia che consentisse  ai comunisti il governo di alcune regioni dove erano maggioranza.

Il baratto apriva la stagione delle autonomie e dei sistemi paralleli e concorrenti.
In bilico tra supremazia e sussidiarietà le decisioni più controverse, quali infrastrutture, energia, turismo, venivano demandate alla folla, in un tripudio di demagogia e irresponsabilità, che nel migliore dei casi si risolveva in un referendum.
Il tanto propagandato ed agognato federalismo ha lasciato tutto invariato.

Alla struttura centralista: Stato, Provincia, Comune, si sono aggiunte le istituzioni dell’autonomia, Regioni, Comprensori, Unioni di Comuni, Comunità Montane.
La metamorfosi non completata delle provincie, che non hanno sostituito le prefetture, sono l’esempio più lampante della confusione mentale dei legislatori.
Il mostro bicefalo che si è creato, tra irresponsabilità e scarica barile non è stato estraneo alla degenerazione della politica.
Clientelismi, corruttele lotte per accaparrarsi i posti, raccomandazioni, familismi sperpero di denaro, non hanno lasciato scampo nemmeno in chi alla politica si era avvicinato con tutte le buone intenzioni.

Le intelligenti intuizioni della lega delle origini e di una sinistra colta sono state affossate dai predatori, risultati più convincenti dei riformatori, e sono abortite in una riforma dell’articolo quinto e in una improbabile “devolution”.
(Parola che sembra inventata da Celentano ebbe a dire Enzo Biagi).
Le comunità montane istituite per aggregare realtà territoriali fragili e per superare la debolezza e l’impossibilità a programmare dei comuni troppo piccoli, sono finite per diventare un nuovo ente, distributore di finanza derivata, senza mai essere motore dello sviluppo locale.

Oggi che c’è sempre meno denaro da distribuire o cambiano passo o è meglio che spariscano.
Eppure in un sistema così dipendente dalla globalizzazione, un ritorno alle specializzazioni locali e alla cura del territorio, non solo ricostituirebbe un tessuto sociale più sano e più equilibrato, ma ritornerebbe ad essere un sostegno economico alle famiglie.
Dalla produzione al consumo, filiera corta e Km zero, possono essere soluzioni interessanti.
L’Italia non è povera; è impoverita perché è senza idee.

L’agricoltura meccanizzata e l’industria devono rimanere i settori portanti dell’economia nazionale, ma privarsi di un turismo di nicchia, di energie che possono derivare dai boschi dai torrenti dal sole e dal vento, di una agricoltura e un allevamento che hanno nei secoli sfamato le popolazioni della montagna è uno spreco che non può più essere tollerato.
L’assistenzialismo che si nutre dello stereotipo che questi sono luoghi bisognosi di sostentamento sono il primo fattore di crisi e abbandono della montagna.
Gli interventi a pioggia, per far vedere che si opera, devono lasciare il posto a progetti ed operatività gestite e durature, a modelli che reinventino un’economia locale dove al primo posto la crescita deve essere una crescita del benessere e l’economia una economia sostenibile.
 
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