Madri che uccidono
di Giuseppe Maiolo

Uccidere i figli e togliersi la vita è un gesto che ti appare mostruoso, inconcepibile, innaturale e contrario all’idea che abbiamo delle madri che i figli li mettono al mondo e li fanno crescere.


Allora scomodiamo la follia improvvisa e il raptus perché non crediamo possa esserci altra spiegazione se non la pazzia esplosiva, quella che non si annuncia con gesti e parole disturbate. Ma non è così. Mai. O quasi.

Marisa Charrère di Aosta,
ha ucciso i suoi due figli e si è uccisa narrando, seppur con poche, pochissime parole, la sua infelicità, denunciando il suo dolore e quell’incapacità di vivere che le ha tolto la forza lasciandole la disperazione.

Ha posto fine alla sua esistenza con una sorta di “lucida follia”, quella che appartiene alla sofferenza spesso non detta o inascoltata e dove il silenzio ha sostituito le parole per un tempo infinito. Perché ogni volta, la cronaca che raccoglie quei frammenti di vita attraverso le sfilacciate testimonianze dei vicini, ti sorprende per l’assenza di un pur minimo sospetto di disagio. Nessuno mai se lo sarebbe aspettato, nessuno avrebbe potuto dire in anticipo un tormento del pensiero o un dolore reso manifesto da una qualche parola dolente.

Tutto prima è silenzio, è vita normale, in apparenza quotidiana e comune. Ma spesso è assenza di comunicazione o vuoto di emozioni da condividere perché restano interne, nascoste nelle pieghe dell’anima in quanto non sanno e non possono essere pronunciate o rese comuni.

Eppure in questo genere di fatti spaventosi, quando le donne uccidono e le madri sopprimono i loro figli, c’è di solito un progetto lungo, pensato, meditato, consapevole. Il mito di Medea ci insegna che il figlicidio non è un atto casuale e improvviso. Ha dentro di sé razionalità e passione, rabbia, vendetta ma paradossalmente, anche amore. Quello che illusoriamente la madre omicida ritiene possa servire per salvare i figli dalle brutture della vita. Una sorta di spaventoso e devastante masochismo che nello stesso tempo è affermazione di una dignità femminile offesa e lacerata.

Non so e non sapremo mai nulla di quello che è veramente accaduto dentro l’anima di questa donna, ma chiediamoci se quel dolore profondo che ha guidato quei gesti estremi, precisi e definitivi, per noi  incomprensibili, non sia il segno di una indicibile sofferenza che non ha potuto prendere forma visibile ed è rimasto silenzioso e taciuto in quanto stiamo abitando un mondo troppo rumoroso e vociante che non sa ascoltare e dove regna sovrana l’indifferenza e la distanza delle parole che possono aiutare e salvare.

Giuseppe Maiolo
Doc. Psicologia dello sviluppo – Università di Trento
www.officina-benessere.it
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